Come sono diventato attore? Tutto ha avuto inizio un bel po’ di anni fa.
Quando ero un bambino, da grande avrei voluto fare il venditore di palloncini. La sola idea di possederne un grappolo di tutti i colori da esibire con fierezza ai miei coetanei, mi faceva impazzire di gioia. Oppure il cartolaio. C’era un negozio a Ischia, l’isola dove durante l’infanzia andavo in villeggiatura con i miei, che era  per me un vero e proprio paradiso dei sensi. Una cartoleria dove passavo interi pomeriggi ad annusare gli odori di quaderni, matite, colle, gomme da cancellare e da masticare. Profumi che si mescolavano in pochi metri quadrati e producevano su di me un effetto pari a quello dell’estasi di Santa Teresa.
Mestieri non certo usuali, insomma. Anche da piccolo in cuor mio sapevo già che, nonostante le botte prese da mia madre a ogni scadenza di pagella, non avrei studiato per fare da grande uno di quei lavori tanto ambiti da quasi tutti i figli delle famiglie borghesi del dopoguerra.

Poi è intervenuto il caso. Qualche anno dopo infatti, dovevo avere dodici anni, il ragazzo di mia sorella si era deciso a mettere in scena in un circolo ricreativo un’opera di Jean Paul Sartre, Morti senza tomba. Il dramma narra la storia di un gruppo di partigiani durante l’assedio di Vichy ad opera delle truppe naziste, costretto in carcere dopo un’azione di resistenza pur di ribellarsi al governo collaborazionista di Petain. Per la recita occorreva un giovane attore che interpretasse il ruolo del fratellino della protagonista, personaggio strangolato miseramente in scena. Senza nessun provino, anche perché ero l’unico di età e taglia possibile, fui costretto mio malgrado ad imparare a memoria la parte e catapultato sul palco senza voglia né slancio. All’epoca del resto non sapevo neanche cosa fosse il teatro, se non quel poco che ricordavo mutuato dalla televisione attraverso le riduzioni cantate che il Quartetto Cetra, star della Biblioteca di Studio 1, regalava a un’Italia semi analfabeta. In ogni caso la mia prova fu un vero trionfo! In quei giorni a Portici non si parlò d’altro che del bimbetto che aveva fatto piangere di commozione le signore accorse a vedere la recita. La cosa mi inorgoglì e allo stesso tempo incuriosì nei confronti del teatro, così fui davvero felice quando i miei, qualche mese dopo, comunicarono di aver acquistato per l’intera famiglia l’abbonamento ad un palco del Politeama di Napoli per la successiva stagione teatrale.

Davanti ai miei occhi passarono con scadenza bisettimanale le star del teatro leggero e non, da Gino Bramieri a Franca Valeri, da Jonny Dorelli a Catherine Spaak, da Mina a Giorgio Gaber fino a Valeria Moriconi che in quegli anni recitava una versione italianizzata di Filumena Marturano di Eduardo, e poi Mariangela Melato con Anna dei miracoli e Carmelo Bene che scandalizzava la città con la sua versione di Salomè.
All’improvviso però, cominciarono gli anni dell’istituto tecnico. Mio padre pensava che un titolo di studio mi avrebbe perlomeno salvaguardato da un futuro che per me, secondo lui, prometteva solo incertezze. È di allora la frequentazione con Massimo Troisi, mio compagno di classe, con il quale cominciò un sodalizio artistico e un’amicizia che ci portò prima a scoprire insieme il teatro dei burattini, poi le farse con Pulcinella tratte da canovacci inventati e con i ruoli distribuiti solo mezz’ora prima del “chi è di scena”. A Napoli tuttavia all’epoca si parlava solo di cabaret e allora decidemmo di formare un gruppo nuovo che fu, in nuce, quello che poi sarebbe diventato “La Smorfia”. Diversamente da Troisi io avevo però in testa solo il sacro fuoco del Teatro con la T maiuscola, e così lasciai i miei compagni di viaggio Massimo, Lello Arena ed Enzo De Caro per dedicarmi ai laboratori di teatro sperimentale.

In breve tempo mi diplomai ad un corso professionale di dizione e fonologia e cominciai a fare provini per cooperative teatrali con le quali, in seguito, portai in scena a Napoli e provincia spettacoli d’avanguardia tratti da Brecht, Beckett, Ionesco, Artaud, fino ad approdare ad un teatro di forma sempre sperimentale, ma di sostanza più popolare come, per esempio, le rivisitazioni avanguardistiche del teatro di Petito e Scarpetta. Nel 1979 l’incontro con Luigi de Filippo che dopo un provino canoro, teatrale e tersicoreo, mi prese in compagnia per un musical tratto da Feydeau dal sapore tutto partenopeo. Negli anni passati nella sua compagnia, con tournée che duravano anche dieci mesi in Italia e all’estero, cercavo di rubare il mestiere con gli occhi. Seguivo ogni mossa dalle quinte o sul palco, quando a stretto contatto con attori come lo stesso Luigi, o Pietro De Vico, Nino Taranto, Tommaso Bianco, Linda Moretti, Aldo Bufi Landi. A quegli anni fecondi seguirono le esperienze in compagnie teatrali che mi permisero di lavorare con Geppy Gleijeses, Ugo Gregoretti, Enzo Cerusico, Mario e Maria Luisa Santella, Gigi Proietti.
Fu a questo punto che cominciarono i viaggi quasi settimanali a Roma, dove da sempre si concentrano le produzioni teatrali, televisive e cinematografiche. Scovai un agente disposto a prendersi cura di me ed ebbi le mie prime esperienze di cinema. Piccoli ruoli con Giuseppe Bertolucci, Valerio Zecca e Lello Arena. Poi la malattia di mio padre e la sua scomparsa prematura mi costrinsero ad abbandonare per qualche anno il mondo dello spettacolo, cui sono tornato agli inizi degli anni ’90 quando a Milano partecipai a un programma televisivo con Bramieri e la Valeri, ebbi un ruolo da protagonista in un pilot per una serie di genere investigativo e, sempre da protagonista, recitai in venti puntate per una sitcom trasmessa da Rai International per gli italiani all’estero.

Ripresa la giusta carreggiata, mi sono dedicato soprattutto al cinema, lavorando con Tornatore, Fiume, Avati, e alla televisione partecipando a serie importanti come La squadra, Incantesimo, Ris. È però negli ultimi quindici anni, che possono sembrare tanti per chi è alle prime armi e invece per me sono stati veloci come il vento, che si è svolta la parte sicuramente più importante e significativa della mia carriera. Ho interpretato ruoli diversi e impegnativi in circa cinquanta tra corti e lungometraggi che mi ha portato a collaborare con registi come Martinelli, ancora Avati e Tornatore, Martone, Faenza, Cappuccio, Vicari, Puccioni, Luglio, Sesti, Sorrentino e con registi stranieri come Alicia Scherson, Bruno Saglia e Goran Paskaljevic. Sono poi particolarmente orgoglioso di essere stato il coprotagonista nell’opera prima di Alfredo Fiorillo, Respiri, premiato in festival nazionali e internazionali. Un film che ha riservato anche a me molte soddisfazioni personali e riconoscimenti ufficiali.

In tutti questi anni non ho neppure tralasciato il teatro, che mi ha portato a collaborazioni con Montesano, Armando Pugliese, Piera degli Esposti e Pippo del Bono. E poi riprese di opere di Shakespeare, spettacoli che mi hanno visto all’opera anche come attore/cantante, oppure di classici come Medea, Antigone, Le Baccanti. Non ho mai abbandonato nemmeno la televisione, partecipando negli anni come protagonista di puntata a serie di successo come Gente di mare, Un medico in famiglia, Pupetta, Distretto di polizia, Il Clan dei camorristi, Squadra antimafia, per finire con I Bastardi di Pizzofalcone.  Ho anche partecipato a un teaser della serie americana Dig, e lavorato in quella russa Talyanka. Piccole escursioni anche nel mondo del doppiaggio con la famiglia Ward, con Luca in particolare, che mi ha voluto nella sua squadra come voce in serie come Sons of Anarchy, Second sight, The Listener. Ho inoltre particolarmente amato dar vita a performance di video arte insieme ad artiste del calibro di Barbara De Ponti e Francesca Lolli. La scoperta poi di una vera e propria predisposizione per la lettura interpretativa, mi ha portato ultimamente a girare con spettacoli/reading come Io, Chiara e l’oscuro, commissionatomi dal Premio Chiara, e L’Ombra di Aldo Moro, scritto per me dall’amico giornalista Patrizio J. Macci.

Insomma, son passati quasi 50 anni da quando quel bimbo spaurito si era lasciato convincere, non senza qualche reticenza, a calcare per la prima volta le tavole di un palcoscenico. Non è facile condensare in due pagine una vita dedicata quasi esclusivamente all’arte, densa di sacrifici, rinunce e porte in faccia, ma anche di soddisfazioni, momenti di felicità e soprattutto divertimento nel fare un lavoro che non cambierei con nessun altro, ma che, nella stragrande maggioranza delle volte, non ti ricambia per quanto dai. Ho provato a farlo, spero di esserci riuscito.

Questo è un lavoro che piace così tanto a noi attori che saremmo disposti a farlo anche gratuitamente, se solo ci pagassero per il tempo perso in attese e per le offese ricevute."
Marcello Mastroianni